LA VERITA'

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lunedì 11 aprile 2011

Il terrorismo della chiesa cattolica contro i cittadini Italiani e la Costituzione: matrimonio civile, un episodio d'archivio da ricordare


Il terrorismo della chiesa cattolica: un episodio significativo.

Dall'Archivio di La Repubblica


Il matrimonio del diavolo 03 marzo 1998 — pagina 37 sezione: CULTURA


Il 1998 è un anno fitto di anniversari. La scelta può cadere sulle rivoluzioni del 1848 in Europa. O sulle elezioni del 1948 che cinquant' anni fa sancirono l'oligopolio politico della Dc. O sulla fiammata del 1968 che incendiò scuole e università d' America e di mezza Europa. Per non parlare dei carri armati sovietici che, sempre nel 1968, soffocarono la "primavera" della Praga di Dubcek. E' più difficile che qualcuno si ricordi di un avvenimento che nel marzo del 1958 spaccò l' Italia in due fronti contrapposti. Da una parte la Chiesa corrusca di Pio XII, e dall' altra lo schieramento laico frustrato e diviso. Chi si ricorda infatti dei coniugi Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, due giovani di Prato, colpevoli di essersi sposati in Comune col rito civile invece che in chiesa con quello religioso? E chi si ricorda del Vescovo di Prato monsignor Pietro Fiordelli che, venuto a conoscenza di quel matrimonio, fece leggere dal pulpito ai suoi parroci una pastorale in cui i coniugi Bellandi erano definiti "pubblici peccatori", e il rito civile che li aveva uniti "l' inizio di uno scandaloso concubinato"? Fu, all' epoca, un episodio clamoroso. Gli "sposi di Prato" diventarono il simbolo della protesta laica contro le ingerenze sempre più marcate della Chiesa di Roma. Il processo che ne seguì riaprì questioni che si ritenevano risolte con il Concordato e con il famoso articolo 7 votato dalla Costituente con l' approvazione di Palmiro Togliatti. I più noti penalisti, costituzionalisti ed esperti di diritto ecclesiastico scesero in campo. Pietro D' Avack e Giacomo Delitala per la difesa degli ecclesiastici di Prato, e Achille Battaglia e Leopoldo Piccardi per conto dei coniugi Bellandi, sfoderarono il meglio della loro dottrina. Per comprendere l' importanza di una vicenda che appassionò gli italiani è necessario però risalire all' origine della controversia. Il 12 agosto 1956 il giornale parrocchiale pratese Richiami, diretto da Don Danilo Aiazzi, riprodusse una lettera del vescovo Pietro Fiordelli a lui indirizzata come responsabile della parrocchia di S. Maria del Soccorso. La lettera era intrisa di particolare violenza. Cominciava così: "Oggi, 12 agosto, due suoi parrocchiani celebrano le nozze in Comune rifiutando il matrimonio religioso. L' Autorità Ecclesiastica ha fatto ogni sforzo per impedire il gravissimo peccato. Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della Religione è motivo di immenso dolore per i sacerdoti e per i fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati assolutamente non è matrimonio, ma soltanto inizio di uno scandaloso concubinato". Nella frase seguente il tono saliva fino ad arrivare all' aperta intimidazione: "Pertanto lei, signor Proposto, alla luce della morale cristiana e delle leggi della Chiesa, classificherà i due tra i pubblici concubini e, a norma dei canoni 855 e 2357 del Codice di Diritto canonico, considererà a tutti gli effetti il signor Bellandi Mauro come pubblico peccatore e la signorina Nunziati Loriana come pubblica peccatrice. Saranno loro negati tutti i SS. Sacramenti, non sarà benedetta la loro casa, non potranno essere accettati come padrini a battesimi e cresime, sarà loro negato il funerale religioso. Solo si pregherà per loro perché riparino il gravissimo scandalo". Una messa al bando dalla comunità cristiana in piena regola. Ed infine, perché la condanna risultasse più forte e totale, la lettera del vescovo terminava con queste incredibili parole che sembravano riesumate dai secoli più bui del Medio Evo: "Infine, poiché risulta all' Autorità ecclesiastica che i genitori hanno gravemente mancato ai propri doveri di genitori cristiani, permettendo questo passo immensamente peccaminoso e scandaloso, la Signoria Vostra, in occasione della Pasqua, negherà l' Acqua Santa alla famiglia Bellandi e ai genitori della Nunziati Loriana. La presente sia letta ai fedeli". Il clamore di una vicenda così insolita, e dal sapore di una faida di tempi lontani, fu notevole. Frotte di cronisti si precipitarono a Prato per dar conto di un episodio che travalicava di molto la cronaca cittadina e coinvolgeva migliaia di cittadini che ogni anno celebravano il loro matrimonio con rito civile. Dalle cronache dei giornali risultò che il "concubino" Bellandi era un giovane commerciante, di idee comuniste, che aveva militato con onore nella divisione Arno, comandata da "Potente", e da Bruno Fanciullacci, medaglie d' oro della Resistenza. Lei, la "concubina" e "pubblica peccatrice", era invece una ragazza della media borghesia, proprietaria di un bar, cattolica anche se non molto osservante. La violenta pastorale letta in tutte le chiese di Prato ebbe conseguenze gravi. Il giro d' affari di Bellandi si ridusse della metà, per non parlare degli insulti, delle lettere anonime, e di un' aggressione subita da parte di uomini sconosciuti che lo percossero alla nuca, al fianco, alla tempia. La querela dei Bellandi e dei loro genitori contro il vescovo e il parroco di Prato era inevitabile. La causa che ne seguì riportava in discussione i Patti Lateranensi e più in generale i rapporti tra Stato e Chiesa trent' anni dopo il Concordato. Gli avvocati del vescovo sostennero che il loro assistito, condannando i "concubini", aveva seguito solo il suo stretto dovere ed adempiuto ad una precisa prescrizione concordataria. Una tesi non condivisa dai giudici i quali affermarono che "con il classificare due persone come pubblici concubini si viene indubbiamente ad offendere la loro reputazione". E che "le leggi della Chiesa non possono contenere norme che autorizzino le autorità ecclesiastiche a ledere un bene del cittadino tutelato dalle leggi dello Stato". L' attesa per il verdetto che metteva fine, dopo ricorsi ed appelli, alla vicenda degli sposi di Prato, era vastissima. Il giorno in cui il Tribunale di Firenze - 1 marzo 1958 - pronunciò la sentenza l' aula era gremita e la piazza presidiata dalla polizia. Dopo dotte discussioni sul diritto canonico e concordatario i giudici arrivarono alla conclusione che il vescovo di Prato, monsignor Pietro Fiordelli, doveva essere condannato a 40.000 lire di multa, e il parroco don Danilo Aiazzi invece assolto per aver obbedito ad un ordine superiore. Una condanna tutto sommato mite e compromissoria che suscitò però nel campo dei moderati e dei cattolici vivissime proteste trasformandosi in un tema elettorale. Il Corriere della Sera, che si era distinto nella difesa del vescovo di Prato, pubblicò un accorato editoriale nel quale si affermava che i difensori dei Bellandi si erano richiamati "volenti o nolenti, a considerazioni proprie del protestantesimo, nella persuasione, così evidente, di offrire qualche arma alla campagna anticlericale promossa dai socialcomunisti in vista delle prossime elezioni". In Vaticano la notizia della sentenza del Tribunale di Firenze provocò un cataclisma. Dal pomeriggio del 1 marzo il primo piano del Palazzo apostolico, sede della Segreteria di Stato, si trasformò in una specie di sala comando operativa. Il pro-segretario Domenico Tarantini denunciò l' atto illegale della magistratura, gli abusi laicisti, la debolezza del governo. Il sostituto segretario Angelo Dell' Acqua si preoccupò delle conseguenze internazionali della sentenza. Via radio fu dato l' ordine di comunicare immediatamente le disposizioni alle Nunziature Apostoliche per organizzare manifestazioni di solidarietà in tutto l' Occidente col vescovo di Prato. A mezzanotte giunse da Bologna una telefonata allarmante. Informava che il cardinale arcivescovo Giacomo Lercaro aveva ordinato a tutte le parrocchie di tenere per un mese i portali delle chiese parati a lutto e di suonare a morto ogni giorno per cinque minuti. Si stava così creando un' atmosfera di psicosi che sarebbe esplosa alcune ore dopo in forma drammatica. Era già notte quando fu stilato il primo comunicato ufficiale che rifletteva esattamente lo stato d' animo della Santa Sede. Diceva tra l' altro: "Come cattolici e come italiani non possiamo pensare senza fremere che in Italia, come nella Cina comunista, i vescovi vengono condannati". Arrivò l' alba. Il primo piano del Palazzo Apostolico era ancora illuminato. Soltanto le luci dell' appartamento di Pio XII erano spente. La giornata di papa Pacelli era stata piena di amarezze. La condanna di monsignor Fiordelli era stata considerata un vulnus imperdonabile inferto alla Chiesa e quasi un' offesa personale. A tarda sera, alle 20.30, il Papa era tornato nella sua cappella privata per recitare il rosario. Di là si recò nella camera da pranzo dove, in pochi minuti, consumò un pasto frugale: un brodo, un po' di formaggio e verdura, un frutto. Il Papa, come suo solito, aveva mangiato da solo: gli facevano compagnia alcuni canarini che per l' occasione venivano liberati dividendo il pasto con lui. Suor Pasqualina, la fidata segretaria e tuttofare che lo accudiva da trent' anni fece poi sapere di aver visto il Papa così turbato solo per il bombardamento di Roma del giugno 1943. -


di GIANNI CORBI

Tratto da:


Si chiama terrorismo contro la Costituzione della Repubblica e quel vigliacco di Aldo Moro (e quelli del suo partito) non ha fatto arrestare Pacelli come se avesse avuto diritto di sparare nella psiche di Bellandi e Nunziati violando, di fatto, i loro doveri Costituzionali.



Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell’Anticristo

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